Cantiere per una politica complessa
giovedì 30 giugno 2016
Citazioni. La sfida della complessità,,Feltrinelli 1985 (Gianluca Bocchi, Mauro Ceruti)
(...) La complicazione (di un artefatto) presuppone una conoscenza totale del fenomeno da descrivere; la complessità naturale comporta invece un elemento di ignoranza da parte dell'osservatore. Da questa distinzione deriva un sottile contributo all'elucidazione della "natura della complessità", riconosciuta come un modo di conoscenza dei sistemi naturali e non come una loro proprietà strutturale, e definita sempre tenendo conto di almeno due livelli di osservazione, sul terreno di un'irriducibile vicarianza e complementarietà fra il punto di vista esterno e il punto di vista interno al sistema. (...)
domenica 5 giugno 2016
Ricerca - Libertà e potere - La libertà non è uno stato-di-fatto (Marco Emanuele)
La mia critica alla presunta "sufficienza" della libertà "da" deriva dalla convinzione che la libertà non è uno stato-di-fatto. Intendo dire che la nostra libertà personale deve fare i conti con la evoluzione, imperfetta e incerta, dei contesti umani nei quali siamo immersi. Siamo liberi soltanto nella vita al-di-là di noi (che comprende la nostra personale), delle nostre certezze, delle nostre sicurezze; il più delle volte, infatti, ciò che pensiamo di essere si rivela profondamente insufficiente a com-prendere la realtà di noi, naturalmente globale e, dunque, mondo-in-noi.
L'essere umano, per tutta la vita alla ricerca dell'essere "persona", non è creato solo per esistere ma per vivere; e ciò è possibile non limitandoci al confronto con l'altro ma lasciandoci "contaminare" dalla libertà degli altri. In questa libertà che ci libera c'è tutto il mistero della nostra "trascendenza" di persone, impossibile senza l'altro.
La libertà che ci libera, e che libera la realtà, è dinamica. Dobbiamo uscire dall'inganno della libertà come stato-di-fatto per respirare, invece, la libertà liberante, fecondante, generante progetto umano e realtà. Non possiamo mettere "muri" alla libertà perché essa è come l'acqua e non può essere limitata dalla nostra ragione chiusa; liberare la libertà, e liberarci in essa, significa cogliere tutta la nostra responsabilità politica di persone libere e, conseguentemente, la nostra responsabilità politica di mediare ciò che è differente da noi (la libertà come liberazione e la mediazione delle differenze sono il recto e il verso della stessa medaglia).
La libertà vera, dunque, è al contempo liberante e responsabile. Questa, a mia valutazione, è la grande sfida del tempo di oggi; ripensare la libertà nel contesto globale dell'intera e unica umanità.
sabato 4 giugno 2016
Ricerca - Libertà e potere - Liberi "da", ovvero liberi ? (Marco Emanuele)
Immaginiamo, irrealmente, che un giorno ogni uomo riuscisse a liberarsi da tutto ciò che lo "vincola". Se ciò accadesse, saremmo liberi ? Potremmo dirci completamente liberi, cioè titolari di una libertà piena, se fossimo in grado di auto-determinarci per auto-realizzarci completamente ?
Questa considerazione ci chiama a domandarci se la libertà di noi stessi, di essere completamente noi stessi, sia la vera libertà. E sarebbe libero un mondo nel quale uomini liberi per sé si limitassero a confrontarsi con altrettanti uomini liberi per sé ?
Che dire ? La mia convinzione è che l'essere liberi per sé, passaggio necessario per "essere", non sia sufficiente per dirci liberi. Infatti, la vera libertà è ciò che costruisce interesse generale, che ci fa condividere noi stessi in ogni altro di noi e nella realtà globalmente intesa. Se guardiamo allo stato delle nostre democrazie, notiamo come la rappresentatività dei governati sia indebolita dalla mancanza di partecipazione attiva, dalla sfiducia e dall'astensione; dov'è la libertà come alimento della democrazia, circolo virtuoso che dovrebbe consolidare il nostro vivere insieme ? E questo, a maggior ragione, vale in un mondo percorso dalla globalizzazione, dove il nostro sguardo non può che essere "sguardo-nel-mondo".
La libertà "da", libertà per sé e impossibile a realizzarsi completamente, è perfetta per un sistema che non voglia davvero uscire dalla logica del dominio ma che, invece, voglia restare nella logica della competizione esasperata e selettiva che "usa" i mondi personali "limitatamente" liberi, l'uno contro l'altro. La libertà "da" si ferma sulla soglia del dialogo, esasperando il confronto che prepara o nasconde uno scontro fra "differenti".
Questa considerazione ci chiama a domandarci se la libertà di noi stessi, di essere completamente noi stessi, sia la vera libertà. E sarebbe libero un mondo nel quale uomini liberi per sé si limitassero a confrontarsi con altrettanti uomini liberi per sé ?
Che dire ? La mia convinzione è che l'essere liberi per sé, passaggio necessario per "essere", non sia sufficiente per dirci liberi. Infatti, la vera libertà è ciò che costruisce interesse generale, che ci fa condividere noi stessi in ogni altro di noi e nella realtà globalmente intesa. Se guardiamo allo stato delle nostre democrazie, notiamo come la rappresentatività dei governati sia indebolita dalla mancanza di partecipazione attiva, dalla sfiducia e dall'astensione; dov'è la libertà come alimento della democrazia, circolo virtuoso che dovrebbe consolidare il nostro vivere insieme ? E questo, a maggior ragione, vale in un mondo percorso dalla globalizzazione, dove il nostro sguardo non può che essere "sguardo-nel-mondo".
La libertà "da", libertà per sé e impossibile a realizzarsi completamente, è perfetta per un sistema che non voglia davvero uscire dalla logica del dominio ma che, invece, voglia restare nella logica della competizione esasperata e selettiva che "usa" i mondi personali "limitatamente" liberi, l'uno contro l'altro. La libertà "da" si ferma sulla soglia del dialogo, esasperando il confronto che prepara o nasconde uno scontro fra "differenti".
Citazioni. Hannah Arendt - Responsabilità e giudizio - 12 -
(...) la domanda da rivolgere a quanti parteciparono e obbedirono agli ordini non è tanto "Perché hai obbedito ?", quanto "Perché hai dato il tuo sostegno?". L'importanza di questa piccola sfumatura semantica non sfuggirà a coloro che conoscono lo strano e potente influsso che semplici "parole" possono esercitare sulla mente degli uomini - uomini che sono sempre in primo luogo animali parlanti. Ne trarremmo tutti un gran profitto se riuscissimo a eliminare per sempre il dannoso termine "obbedienza" dal nostro vocabolario politico e morale. Se riuscissimo a farlo, potremmo forse riacquistare un pò di fiducia in noi stessi e magari pure un pò d'orgoglio. Potremmo insomma riacquistare in parte ciò che un tempo chiamavamo la nostra dignità di uomini - che non è magari dignità del genere umano nel suo insieme, ma è comunque dignità dell'essere umano. (...)
Citazioni. Hannah Arendt - Responsabilità e giudizio - 11 -
(...) L'obbedienza è una virtù politica di prim'ordine, senza la quale nessun corpo politico potrebbe sopravvivere a lungo. Un'illimitata libertà di coscienza non esiste da nessuna parte, altrimenti verrebbe meno ogni forma di comunità politica. L'argomento suona così plausibile che risulta difficile scorgerne subito la fallacia. La sua plausibilità di basa sulla seguente verità: "Tutte le forme di governo", per citare Madison, anche le forme più autocratiche, e perfino le tirannie, "si basano sul consenso". Ora, dov'è la fallacia ? Nell'equazione che si stabilisce a questo punto tra consenso e obbedienza. Un adulto acconsente, mentre un bambino obbedisce, e quando un adulto dice di obbedire, egli in effetti sostiene l'organizzazione, l'autorità o la legge che reclama "obbedienza". La fallacia è quanto mai malefica, anche perché può vantarsi di una lunga tradizione. Il nostro uso della parola "obbedienza" per queste situazioni di carattere strettamente politico risale ai primordi stessi delle scienze politiche, ai tempi cioè in cui Platone e Aristotele ci dicevano entrambi che ogni corpo politico è formato da governanti e governati, con i primi che danno gli ordini e gli altri che debbono obbedire. (....)
Citazioni. Hannah Arendt - Responsabilità e giudizio - 10 -
(...) non si tocca il punto della questione morale, in un caso come questo, semplicemente affibbiando a ciò che è successo la definizione di "genocidio" o contando a milioni le sue vittime: lo sterminio di interi popoli era già accaduto nell'antichità, ed è qualcosa che si è ripetuto anche in epoca moderna, con il processo di colonizzazione. Si tocca il punto solo quando si afferra che tutto ciò è accaduto nel quadro di un ordine legale e che la pietra angolare di questa "nuova legge" era il comando "Uccidi" - non il tuo nemico, ma gente innocente, che non era nemmeno potenzialmente pericolosa, e non per una cogente necessità, ma contravvenendo invece ogni considerazione di carattere militare o schiettamente utilitaristico. Il programma omicida avrebbe dovuto terminare con l'omicidio dell'ultimo ebreo rimasto ancora in vita, e non aveva in fondo nulla a che fare con la guerra, a parte il fatto che la guerra servì a Hitler per nascondere dietro una cortina fumogena le sue operazioni criminali di tipo non militare. Queste operazioni, in realtà, avrebbero dovuto continuare anche in tempo di pace, e in scala ancor più grandiosa. Tali operazioni, inoltre, non furono portate avanti da banditi, mostri o sadici incalliti, ma dai membri più rispettati della società. Infine, è bene chiarire una volta per tutte che, sebbene questi omicidi di massa fossero coerenti con un'ideologia razzista o antisemita, gli assassini e i loro complici comunque non credevano fino in fondo in queste giustificazioni ideologiche; a loro bastava che ogni cosa si svolgesse per "volontà del Fuhrer", che dettava legge nel Paese, e in sintonia con "le parole del Fuhrer", che avevano forza di legge. La miglior prova, se ne volete una, del fatto che la gente, a prescindere dalla sua adesione o diretta affiliazione al partito credesse nel "nuovo ordine" per la sola e semplice ragione che tale era il corso inevitabile delle cose, è data forse dall'incredibile osservazione dell'avvocato di Eichmann, che ben due volte ci è toccato sentire durante il processo a Gerusalemme: tutto quanto era successo ad Auschwitz e negli altri campi di sterminio era una "faccenda medica". In quel momento, fu come se la morale, nell'istante del suo totale collasso in una vecchia nazione altamente civilizzata, si rivelasse per ciò che essa è secondo l'etimo della parola, ossia un insieme di mores, di costumi e maniere, che può tranquillamente essere sostituito da un altro, così come si cambiano le buone maniere a tavola. (...)
Ricerca - Libertà e potere - Libertà "da" (Marco Emanuele)
Nella libertà "da" ci limitiamo a esistere e contribuiamo a ri-generare il potere come dominio. La storia ci consegna infinite forme di dominio, da quelle pressoché ineliminabili perché appartenenti alla naturale imperfezione della vita umana (non può esistere un perfetto bilanciamento fra rapporti di forze) fino a quelle autoritarie e a quelle totalitarie.
L'uomo combatte, da sempre e per sempre, per liberarsi dal dominio, cercando possibilità di auto-determinazione per l'auto-realizzazione. Tale lotta ci appartiene in quanto esseri umani e riguarda la nostra vita in quanto vita umana, imperfetta e incerta. Detto questo, la libertà "da" è un processo che riguarda ciascuno di noi ogni giorno, nessuno escluso, e che caratterizza il nostro stare-al-mondo.
La libertà "da" è libertà parziale perché è quella dell'uomo che si guarda allo specchio e si domanda: come posso essere pienamente me stesso ? riuscirò mai a essere pienamente me stesso ? Sono le domande fondamentali dell'uomo nella necessità, individuo che cerca insistentemente di diventare persona, che fatica a "essere". Nella libertà "da" cerchiamo un senso di noi e per noi, al di là di ciò che dobbiamo fare e nella perenne ricerca di quel traguardo che chiamiamo serenità e felicità (ma lo potremmo raggiungere nella libertà "da" ?).
La libertà "da" giustifica il detto che "la mia libertà comincia dove finisce quella dell'altro", a dire che tra noi e l'altro, nella necessità ed entrambi limitatamente liberi, i rapporti non possono che essere di confronto tra libertà personali, soltanto di mediazione fra soggetti umani auto-referenzialmente liberi, ciascuno per sé.
La libertà "da" è un primo passo di quella corsa dell'uomo a diventare libero e, di conseguenza, a essere pienamente libero. Corsa che è lunga quanto la vita e che i "realisti progettuali", come chi scrive, sanno avere fine con la vita stessa.
L'uomo combatte, da sempre e per sempre, per liberarsi dal dominio, cercando possibilità di auto-determinazione per l'auto-realizzazione. Tale lotta ci appartiene in quanto esseri umani e riguarda la nostra vita in quanto vita umana, imperfetta e incerta. Detto questo, la libertà "da" è un processo che riguarda ciascuno di noi ogni giorno, nessuno escluso, e che caratterizza il nostro stare-al-mondo.
La libertà "da" è libertà parziale perché è quella dell'uomo che si guarda allo specchio e si domanda: come posso essere pienamente me stesso ? riuscirò mai a essere pienamente me stesso ? Sono le domande fondamentali dell'uomo nella necessità, individuo che cerca insistentemente di diventare persona, che fatica a "essere". Nella libertà "da" cerchiamo un senso di noi e per noi, al di là di ciò che dobbiamo fare e nella perenne ricerca di quel traguardo che chiamiamo serenità e felicità (ma lo potremmo raggiungere nella libertà "da" ?).
La libertà "da" giustifica il detto che "la mia libertà comincia dove finisce quella dell'altro", a dire che tra noi e l'altro, nella necessità ed entrambi limitatamente liberi, i rapporti non possono che essere di confronto tra libertà personali, soltanto di mediazione fra soggetti umani auto-referenzialmente liberi, ciascuno per sé.
La libertà "da" è un primo passo di quella corsa dell'uomo a diventare libero e, di conseguenza, a essere pienamente libero. Corsa che è lunga quanto la vita e che i "realisti progettuali", come chi scrive, sanno avere fine con la vita stessa.
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