sabato 4 giugno 2016

Citazioni. Hannah Arendt - Responsabilità e giudizio - 10 -

(...) non si tocca il punto della questione morale, in un caso come questo, semplicemente affibbiando a ciò che è successo la definizione di "genocidio" o contando a milioni le sue vittime: lo sterminio di interi popoli era già accaduto nell'antichità, ed è qualcosa che si è ripetuto anche in epoca moderna, con il processo di colonizzazione. Si tocca il punto solo quando si afferra che tutto ciò è accaduto nel quadro di un ordine legale e che la pietra angolare di questa "nuova legge" era il comando "Uccidi" - non il tuo nemico, ma gente innocente, che non era nemmeno potenzialmente pericolosa, e non per una cogente necessità, ma contravvenendo invece ogni considerazione di carattere militare o schiettamente utilitaristico. Il programma omicida avrebbe dovuto terminare con l'omicidio dell'ultimo ebreo rimasto ancora in vita, e non aveva in fondo nulla a che fare con la guerra, a parte il fatto che la guerra servì a Hitler per nascondere dietro una cortina fumogena le sue operazioni criminali di tipo non militare. Queste operazioni, in realtà, avrebbero dovuto continuare anche in tempo di pace, e in scala ancor più grandiosa. Tali operazioni, inoltre, non furono portate avanti da banditi, mostri o sadici incalliti, ma dai membri più rispettati della società. Infine, è bene chiarire una volta per tutte che, sebbene questi omicidi di massa fossero coerenti con un'ideologia razzista o antisemita, gli assassini e i loro complici comunque non credevano fino in fondo in queste giustificazioni ideologiche; a loro bastava che ogni cosa si svolgesse per "volontà del Fuhrer", che dettava legge nel Paese, e in sintonia con "le parole del Fuhrer", che avevano forza di legge. La miglior prova, se ne volete una, del fatto che la gente, a prescindere dalla sua adesione o diretta affiliazione al partito credesse nel "nuovo ordine" per la sola e semplice ragione che tale era il corso inevitabile delle cose, è data forse dall'incredibile osservazione dell'avvocato di Eichmann, che ben due volte ci è toccato sentire durante il processo a Gerusalemme: tutto quanto era successo ad Auschwitz e negli altri campi di sterminio era una "faccenda medica". In quel momento, fu come se la morale, nell'istante del suo totale collasso in una vecchia nazione altamente civilizzata, si rivelasse per ciò che essa è secondo l'etimo della parola, ossia un insieme di mores, di costumi e maniere, che può tranquillamente essere sostituito da un altro, così come si cambiano le buone maniere a tavola. (...)

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