Nella libertà "da" ci limitiamo a esistere e contribuiamo a ri-generare il potere come dominio. La storia ci consegna infinite forme di dominio, da quelle pressoché ineliminabili perché appartenenti alla naturale imperfezione della vita umana (non può esistere un perfetto bilanciamento fra rapporti di forze) fino a quelle autoritarie e a quelle totalitarie.
L'uomo combatte, da sempre e per sempre, per liberarsi dal dominio, cercando possibilità di auto-determinazione per l'auto-realizzazione. Tale lotta ci appartiene in quanto esseri umani e riguarda la nostra vita in quanto vita umana, imperfetta e incerta. Detto questo, la libertà "da" è un processo che riguarda ciascuno di noi ogni giorno, nessuno escluso, e che caratterizza il nostro stare-al-mondo.
La libertà "da" è libertà parziale perché è quella dell'uomo che si guarda allo specchio e si domanda: come posso essere pienamente me stesso ? riuscirò mai a essere pienamente me stesso ? Sono le domande fondamentali dell'uomo nella necessità, individuo che cerca insistentemente di diventare persona, che fatica a "essere". Nella libertà "da" cerchiamo un senso di noi e per noi, al di là di ciò che dobbiamo fare e nella perenne ricerca di quel traguardo che chiamiamo serenità e felicità (ma lo potremmo raggiungere nella libertà "da" ?).
La libertà "da" giustifica il detto che "la mia libertà comincia dove finisce quella dell'altro", a dire che tra noi e l'altro, nella necessità ed entrambi limitatamente liberi, i rapporti non possono che essere di confronto tra libertà personali, soltanto di mediazione fra soggetti umani auto-referenzialmente liberi, ciascuno per sé.
La libertà "da" è un primo passo di quella corsa dell'uomo a diventare libero e, di conseguenza, a essere pienamente libero. Corsa che è lunga quanto la vita e che i "realisti progettuali", come chi scrive, sanno avere fine con la vita stessa.
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