giovedì 30 giugno 2016
Citazioni. La sfida della complessità,,Feltrinelli 1985 (Gianluca Bocchi, Mauro Ceruti)
(...) La complicazione (di un artefatto) presuppone una conoscenza totale del fenomeno da descrivere; la complessità naturale comporta invece un elemento di ignoranza da parte dell'osservatore. Da questa distinzione deriva un sottile contributo all'elucidazione della "natura della complessità", riconosciuta come un modo di conoscenza dei sistemi naturali e non come una loro proprietà strutturale, e definita sempre tenendo conto di almeno due livelli di osservazione, sul terreno di un'irriducibile vicarianza e complementarietà fra il punto di vista esterno e il punto di vista interno al sistema. (...)
domenica 5 giugno 2016
Ricerca - Libertà e potere - La libertà non è uno stato-di-fatto (Marco Emanuele)
La mia critica alla presunta "sufficienza" della libertà "da" deriva dalla convinzione che la libertà non è uno stato-di-fatto. Intendo dire che la nostra libertà personale deve fare i conti con la evoluzione, imperfetta e incerta, dei contesti umani nei quali siamo immersi. Siamo liberi soltanto nella vita al-di-là di noi (che comprende la nostra personale), delle nostre certezze, delle nostre sicurezze; il più delle volte, infatti, ciò che pensiamo di essere si rivela profondamente insufficiente a com-prendere la realtà di noi, naturalmente globale e, dunque, mondo-in-noi.
L'essere umano, per tutta la vita alla ricerca dell'essere "persona", non è creato solo per esistere ma per vivere; e ciò è possibile non limitandoci al confronto con l'altro ma lasciandoci "contaminare" dalla libertà degli altri. In questa libertà che ci libera c'è tutto il mistero della nostra "trascendenza" di persone, impossibile senza l'altro.
La libertà che ci libera, e che libera la realtà, è dinamica. Dobbiamo uscire dall'inganno della libertà come stato-di-fatto per respirare, invece, la libertà liberante, fecondante, generante progetto umano e realtà. Non possiamo mettere "muri" alla libertà perché essa è come l'acqua e non può essere limitata dalla nostra ragione chiusa; liberare la libertà, e liberarci in essa, significa cogliere tutta la nostra responsabilità politica di persone libere e, conseguentemente, la nostra responsabilità politica di mediare ciò che è differente da noi (la libertà come liberazione e la mediazione delle differenze sono il recto e il verso della stessa medaglia).
La libertà vera, dunque, è al contempo liberante e responsabile. Questa, a mia valutazione, è la grande sfida del tempo di oggi; ripensare la libertà nel contesto globale dell'intera e unica umanità.
sabato 4 giugno 2016
Ricerca - Libertà e potere - Liberi "da", ovvero liberi ? (Marco Emanuele)
Immaginiamo, irrealmente, che un giorno ogni uomo riuscisse a liberarsi da tutto ciò che lo "vincola". Se ciò accadesse, saremmo liberi ? Potremmo dirci completamente liberi, cioè titolari di una libertà piena, se fossimo in grado di auto-determinarci per auto-realizzarci completamente ?
Questa considerazione ci chiama a domandarci se la libertà di noi stessi, di essere completamente noi stessi, sia la vera libertà. E sarebbe libero un mondo nel quale uomini liberi per sé si limitassero a confrontarsi con altrettanti uomini liberi per sé ?
Che dire ? La mia convinzione è che l'essere liberi per sé, passaggio necessario per "essere", non sia sufficiente per dirci liberi. Infatti, la vera libertà è ciò che costruisce interesse generale, che ci fa condividere noi stessi in ogni altro di noi e nella realtà globalmente intesa. Se guardiamo allo stato delle nostre democrazie, notiamo come la rappresentatività dei governati sia indebolita dalla mancanza di partecipazione attiva, dalla sfiducia e dall'astensione; dov'è la libertà come alimento della democrazia, circolo virtuoso che dovrebbe consolidare il nostro vivere insieme ? E questo, a maggior ragione, vale in un mondo percorso dalla globalizzazione, dove il nostro sguardo non può che essere "sguardo-nel-mondo".
La libertà "da", libertà per sé e impossibile a realizzarsi completamente, è perfetta per un sistema che non voglia davvero uscire dalla logica del dominio ma che, invece, voglia restare nella logica della competizione esasperata e selettiva che "usa" i mondi personali "limitatamente" liberi, l'uno contro l'altro. La libertà "da" si ferma sulla soglia del dialogo, esasperando il confronto che prepara o nasconde uno scontro fra "differenti".
Questa considerazione ci chiama a domandarci se la libertà di noi stessi, di essere completamente noi stessi, sia la vera libertà. E sarebbe libero un mondo nel quale uomini liberi per sé si limitassero a confrontarsi con altrettanti uomini liberi per sé ?
Che dire ? La mia convinzione è che l'essere liberi per sé, passaggio necessario per "essere", non sia sufficiente per dirci liberi. Infatti, la vera libertà è ciò che costruisce interesse generale, che ci fa condividere noi stessi in ogni altro di noi e nella realtà globalmente intesa. Se guardiamo allo stato delle nostre democrazie, notiamo come la rappresentatività dei governati sia indebolita dalla mancanza di partecipazione attiva, dalla sfiducia e dall'astensione; dov'è la libertà come alimento della democrazia, circolo virtuoso che dovrebbe consolidare il nostro vivere insieme ? E questo, a maggior ragione, vale in un mondo percorso dalla globalizzazione, dove il nostro sguardo non può che essere "sguardo-nel-mondo".
La libertà "da", libertà per sé e impossibile a realizzarsi completamente, è perfetta per un sistema che non voglia davvero uscire dalla logica del dominio ma che, invece, voglia restare nella logica della competizione esasperata e selettiva che "usa" i mondi personali "limitatamente" liberi, l'uno contro l'altro. La libertà "da" si ferma sulla soglia del dialogo, esasperando il confronto che prepara o nasconde uno scontro fra "differenti".
Citazioni. Hannah Arendt - Responsabilità e giudizio - 12 -
(...) la domanda da rivolgere a quanti parteciparono e obbedirono agli ordini non è tanto "Perché hai obbedito ?", quanto "Perché hai dato il tuo sostegno?". L'importanza di questa piccola sfumatura semantica non sfuggirà a coloro che conoscono lo strano e potente influsso che semplici "parole" possono esercitare sulla mente degli uomini - uomini che sono sempre in primo luogo animali parlanti. Ne trarremmo tutti un gran profitto se riuscissimo a eliminare per sempre il dannoso termine "obbedienza" dal nostro vocabolario politico e morale. Se riuscissimo a farlo, potremmo forse riacquistare un pò di fiducia in noi stessi e magari pure un pò d'orgoglio. Potremmo insomma riacquistare in parte ciò che un tempo chiamavamo la nostra dignità di uomini - che non è magari dignità del genere umano nel suo insieme, ma è comunque dignità dell'essere umano. (...)
Citazioni. Hannah Arendt - Responsabilità e giudizio - 11 -
(...) L'obbedienza è una virtù politica di prim'ordine, senza la quale nessun corpo politico potrebbe sopravvivere a lungo. Un'illimitata libertà di coscienza non esiste da nessuna parte, altrimenti verrebbe meno ogni forma di comunità politica. L'argomento suona così plausibile che risulta difficile scorgerne subito la fallacia. La sua plausibilità di basa sulla seguente verità: "Tutte le forme di governo", per citare Madison, anche le forme più autocratiche, e perfino le tirannie, "si basano sul consenso". Ora, dov'è la fallacia ? Nell'equazione che si stabilisce a questo punto tra consenso e obbedienza. Un adulto acconsente, mentre un bambino obbedisce, e quando un adulto dice di obbedire, egli in effetti sostiene l'organizzazione, l'autorità o la legge che reclama "obbedienza". La fallacia è quanto mai malefica, anche perché può vantarsi di una lunga tradizione. Il nostro uso della parola "obbedienza" per queste situazioni di carattere strettamente politico risale ai primordi stessi delle scienze politiche, ai tempi cioè in cui Platone e Aristotele ci dicevano entrambi che ogni corpo politico è formato da governanti e governati, con i primi che danno gli ordini e gli altri che debbono obbedire. (....)
Citazioni. Hannah Arendt - Responsabilità e giudizio - 10 -
(...) non si tocca il punto della questione morale, in un caso come questo, semplicemente affibbiando a ciò che è successo la definizione di "genocidio" o contando a milioni le sue vittime: lo sterminio di interi popoli era già accaduto nell'antichità, ed è qualcosa che si è ripetuto anche in epoca moderna, con il processo di colonizzazione. Si tocca il punto solo quando si afferra che tutto ciò è accaduto nel quadro di un ordine legale e che la pietra angolare di questa "nuova legge" era il comando "Uccidi" - non il tuo nemico, ma gente innocente, che non era nemmeno potenzialmente pericolosa, e non per una cogente necessità, ma contravvenendo invece ogni considerazione di carattere militare o schiettamente utilitaristico. Il programma omicida avrebbe dovuto terminare con l'omicidio dell'ultimo ebreo rimasto ancora in vita, e non aveva in fondo nulla a che fare con la guerra, a parte il fatto che la guerra servì a Hitler per nascondere dietro una cortina fumogena le sue operazioni criminali di tipo non militare. Queste operazioni, in realtà, avrebbero dovuto continuare anche in tempo di pace, e in scala ancor più grandiosa. Tali operazioni, inoltre, non furono portate avanti da banditi, mostri o sadici incalliti, ma dai membri più rispettati della società. Infine, è bene chiarire una volta per tutte che, sebbene questi omicidi di massa fossero coerenti con un'ideologia razzista o antisemita, gli assassini e i loro complici comunque non credevano fino in fondo in queste giustificazioni ideologiche; a loro bastava che ogni cosa si svolgesse per "volontà del Fuhrer", che dettava legge nel Paese, e in sintonia con "le parole del Fuhrer", che avevano forza di legge. La miglior prova, se ne volete una, del fatto che la gente, a prescindere dalla sua adesione o diretta affiliazione al partito credesse nel "nuovo ordine" per la sola e semplice ragione che tale era il corso inevitabile delle cose, è data forse dall'incredibile osservazione dell'avvocato di Eichmann, che ben due volte ci è toccato sentire durante il processo a Gerusalemme: tutto quanto era successo ad Auschwitz e negli altri campi di sterminio era una "faccenda medica". In quel momento, fu come se la morale, nell'istante del suo totale collasso in una vecchia nazione altamente civilizzata, si rivelasse per ciò che essa è secondo l'etimo della parola, ossia un insieme di mores, di costumi e maniere, che può tranquillamente essere sostituito da un altro, così come si cambiano le buone maniere a tavola. (...)
Ricerca - Libertà e potere - Libertà "da" (Marco Emanuele)
Nella libertà "da" ci limitiamo a esistere e contribuiamo a ri-generare il potere come dominio. La storia ci consegna infinite forme di dominio, da quelle pressoché ineliminabili perché appartenenti alla naturale imperfezione della vita umana (non può esistere un perfetto bilanciamento fra rapporti di forze) fino a quelle autoritarie e a quelle totalitarie.
L'uomo combatte, da sempre e per sempre, per liberarsi dal dominio, cercando possibilità di auto-determinazione per l'auto-realizzazione. Tale lotta ci appartiene in quanto esseri umani e riguarda la nostra vita in quanto vita umana, imperfetta e incerta. Detto questo, la libertà "da" è un processo che riguarda ciascuno di noi ogni giorno, nessuno escluso, e che caratterizza il nostro stare-al-mondo.
La libertà "da" è libertà parziale perché è quella dell'uomo che si guarda allo specchio e si domanda: come posso essere pienamente me stesso ? riuscirò mai a essere pienamente me stesso ? Sono le domande fondamentali dell'uomo nella necessità, individuo che cerca insistentemente di diventare persona, che fatica a "essere". Nella libertà "da" cerchiamo un senso di noi e per noi, al di là di ciò che dobbiamo fare e nella perenne ricerca di quel traguardo che chiamiamo serenità e felicità (ma lo potremmo raggiungere nella libertà "da" ?).
La libertà "da" giustifica il detto che "la mia libertà comincia dove finisce quella dell'altro", a dire che tra noi e l'altro, nella necessità ed entrambi limitatamente liberi, i rapporti non possono che essere di confronto tra libertà personali, soltanto di mediazione fra soggetti umani auto-referenzialmente liberi, ciascuno per sé.
La libertà "da" è un primo passo di quella corsa dell'uomo a diventare libero e, di conseguenza, a essere pienamente libero. Corsa che è lunga quanto la vita e che i "realisti progettuali", come chi scrive, sanno avere fine con la vita stessa.
L'uomo combatte, da sempre e per sempre, per liberarsi dal dominio, cercando possibilità di auto-determinazione per l'auto-realizzazione. Tale lotta ci appartiene in quanto esseri umani e riguarda la nostra vita in quanto vita umana, imperfetta e incerta. Detto questo, la libertà "da" è un processo che riguarda ciascuno di noi ogni giorno, nessuno escluso, e che caratterizza il nostro stare-al-mondo.
La libertà "da" è libertà parziale perché è quella dell'uomo che si guarda allo specchio e si domanda: come posso essere pienamente me stesso ? riuscirò mai a essere pienamente me stesso ? Sono le domande fondamentali dell'uomo nella necessità, individuo che cerca insistentemente di diventare persona, che fatica a "essere". Nella libertà "da" cerchiamo un senso di noi e per noi, al di là di ciò che dobbiamo fare e nella perenne ricerca di quel traguardo che chiamiamo serenità e felicità (ma lo potremmo raggiungere nella libertà "da" ?).
La libertà "da" giustifica il detto che "la mia libertà comincia dove finisce quella dell'altro", a dire che tra noi e l'altro, nella necessità ed entrambi limitatamente liberi, i rapporti non possono che essere di confronto tra libertà personali, soltanto di mediazione fra soggetti umani auto-referenzialmente liberi, ciascuno per sé.
La libertà "da" è un primo passo di quella corsa dell'uomo a diventare libero e, di conseguenza, a essere pienamente libero. Corsa che è lunga quanto la vita e che i "realisti progettuali", come chi scrive, sanno avere fine con la vita stessa.
Ricerca - Libertà e potere - Piccola introduzione (Marco Emanuele)
Chiunque voglia essere realista ha la responsabilità di riflettere sul rapporto fra il potere, i poteri e la libertà.
Siamo nella fase storica del vuoto politico, laddove buona parte dei cosiddetti "politici" sono piuttosto "servitori" della dominante "non cultura" tecnocratica; tale vuoto si vede nell'assenza di condivisione e di partecipazione da parte della maggioranza, quasi che la realtà e il suo destino fossero "cosa altra" dal nostro destino personale. Il vuoto politico si vede nella perdita dell'interesse generale, del bene comune, della volontà di costruire qualcosa che, pur comprendendoci, ci supera.
Possiamo dirci liberi nel vuoto politico e, in tale contesto, come agiscono il potere e i poteri che ci condizionano e che, talvolta, ci sovrastano ?
Anzitutto, mi sembra evidente come la nostra libertà sia sempre più una "libertà da" e non una "libertà con". E' libertà dalla necessità, non del tutto eliminabile dalla nostra vita; è libertà dalle varie forme di costrizione, sia fisiche che intellettuali; è libertà dai nostri limiti che, molte volte, sembrano non permetterci di vivere pienamente, di poter essere noi stessi fino in fondo. La "libertà da" è una libertà parziale perché non comprende la liberazione di noi nella nostra complessità, in quella di ogni altro di noi e nella realtà globalmente intesa.
Siamo parzialmente liberi nel vuoto politico perché, in esso, non condividiamo la prospettiva dell'oltre che ci riguarda ma del quale sembriamo non avere consapevolezza bensì paura. Il vuoto politico fa de-generare la realtà, crea ansia da eterno presente e provoca separazione della complessità dei e nei mondi-della-vita. Senza libertà come liberazione siamo umani ma non persone, piuttosto sudditi di "regni" molto spesso immateriali e digitali e non cittadini e soggetti storici; senza libertà come liberazione, in sostanza, esistiamo ma non viviamo.
Chi scrive rifiuta l''etichetta di pessimista e vorrebbe accogliere, per sé, quella di "realista progettuale". Se, da un lato, dobbiamo fare i conti con la realtà che c'è, dall'altro abbiamo la responsabilità di contribuire a modificarla, di ritrovare quel senso politico che può restituire senso alla nostra libertà e alla convivenza.
Siamo nella fase storica del vuoto politico, laddove buona parte dei cosiddetti "politici" sono piuttosto "servitori" della dominante "non cultura" tecnocratica; tale vuoto si vede nell'assenza di condivisione e di partecipazione da parte della maggioranza, quasi che la realtà e il suo destino fossero "cosa altra" dal nostro destino personale. Il vuoto politico si vede nella perdita dell'interesse generale, del bene comune, della volontà di costruire qualcosa che, pur comprendendoci, ci supera.
Possiamo dirci liberi nel vuoto politico e, in tale contesto, come agiscono il potere e i poteri che ci condizionano e che, talvolta, ci sovrastano ?
Anzitutto, mi sembra evidente come la nostra libertà sia sempre più una "libertà da" e non una "libertà con". E' libertà dalla necessità, non del tutto eliminabile dalla nostra vita; è libertà dalle varie forme di costrizione, sia fisiche che intellettuali; è libertà dai nostri limiti che, molte volte, sembrano non permetterci di vivere pienamente, di poter essere noi stessi fino in fondo. La "libertà da" è una libertà parziale perché non comprende la liberazione di noi nella nostra complessità, in quella di ogni altro di noi e nella realtà globalmente intesa.
Siamo parzialmente liberi nel vuoto politico perché, in esso, non condividiamo la prospettiva dell'oltre che ci riguarda ma del quale sembriamo non avere consapevolezza bensì paura. Il vuoto politico fa de-generare la realtà, crea ansia da eterno presente e provoca separazione della complessità dei e nei mondi-della-vita. Senza libertà come liberazione siamo umani ma non persone, piuttosto sudditi di "regni" molto spesso immateriali e digitali e non cittadini e soggetti storici; senza libertà come liberazione, in sostanza, esistiamo ma non viviamo.
Chi scrive rifiuta l''etichetta di pessimista e vorrebbe accogliere, per sé, quella di "realista progettuale". Se, da un lato, dobbiamo fare i conti con la realtà che c'è, dall'altro abbiamo la responsabilità di contribuire a modificarla, di ritrovare quel senso politico che può restituire senso alla nostra libertà e alla convivenza.
Citazioni. Hannah Arendt - Responsabilità e giudizio - 9 -
(...) osservando meglio le tecniche del potere totalitario, ci si accorge subito che l'argomento del "male minore" - lungi dall'essere sollevato solo dall'esterno, da coloro cioè che non appartengono alle élite di governo - fu invece parte degli stratagemmi approntati dalla macchina del terrore e della criminalità. Convincere i burocrati e la popolazione generale ad accettare il male minore è il modo migliore per convincerli ad accettare il male tout court. Per non fare che un esempio: lo sterminio degli ebrei fu preceduto da una lunga serie di graduali provvedimenti antiebraici, ciascuno dei quali fu imposto a tutti con l'argomento che, rifiutandolo, le cose sarebbero andate anche peggio - fino a raggiungere il limite oltre il quale le cose non potevano andar peggio. (...)
Citazioni. Marc Bloch - Apologia della storia o mestiere di storico (1942) - 3 -
(...) Ogni scienza, presa a sé, non è che una parte del movimento universale verso il sapere. (...) per comprendere e valutare bene i metodi di indagine che la storia utilizza, anche quelli a prima vista più particolari, sarebbe indispensabile saperli collegare, con un legame ben solido, all'insieme delle linee di ricerca che si manifestano, contemporaneamente, nelle altre discipline. Bene, questo studio dei metodi in sé costituisce una specie di specializzazione, i cui tecnici sono chiamati "filosofi". (...)
Citazioni. Marc Bloch - Apologia della storia o mestiere di storico (1942) - 2 -
(...) Siamo molto più disposti a considerare la certezza e l'università come un problema di gradi. Non sentiamo più l'imperativo di cercare di imporre a tutti gli oggetti della conoscenza un modello intellettuale uniforme, plasmato sulle scienze del mondo fisico; poiché, anche in queste ultime, questo modello non è più completamente applicato. Non sappiamo ancora con precisione che cosa diventeranno le scienze umane; sappiamo che - pur continuando, è ovvio, a obbedire alle leggi fondamentali della ragione - non avranno bisogno, per esistere, di rinunciare alla propria originalità, né di vergognarsi di essa. Vorrei che tra gli storici di professione, i giovani soprattutto si abituassero a riflettere su questi dubbi, su questi eterni pentimenti del nostro lavoro. Per loro sarà il modo più sicuro per addestrarsi, mediante una scelta meditata, a guidare intelligentemente i loro sforzi. Mi auguro soprattutto di vederli rivolgersi sempre più numerosi a questa storia, allo stesso tempo allargata e spinta in profondità, di cui siamo in parecchi, noi stessi ogni giorno meno rari, a concepire il disegno. (...)
Citazioni. Marc Bloch - Apologia della storia o mestiere di storico (1942) - 1 -
(...) non si può negare che una scienza la quale prima o poi non ci aiuti a vivere meglio ci apparirà sempre incompleta. In particolare, come non proveremmo questo sentimento con più forza nei confronti della storia, tanto più chiaramente destinata a giovare all'uomo in quanto ha per materia l'uomo stesso e le sue azioni ? Difatti, una tendenza mai venuta meno, cui si concederà almeno il valore di istinto, ci induce a chiedere alla storia gli strumenti per guidare il nostro operare; e, quindi, a prendercela con essa (...) se per caso essa ci appaia impotente a dotarcene. Il problema dell'utilità della storia, nel ristretto significato pragmatico del termine "utile", non deve essere confuso con quello della sua legittimità, più precisamente intellettuale. (...)
Citazioni. Marc Bloch - Apologia della storia o mestiere di storico (1942)
(...) Credo che nessuno, oggi oserebbe più dire, alla maniera dei positivisti di stretta osservanza, che il valore di un'indagine è dato interamente dalla sua capacità di servire all'azione. Non soltanto l'esperienza ci ha insegnato l'impossibilità di stabilire a priori se le speculazioni apparentemente più disinteressate non si riveleranno, un giorno, di sorprendente utilità pratica. (...)
Citazioni. Hannah Arendt - Responsabilità e giudizio - 8 -
(...) Il totalitarismo e la dittatura non sono esattamente la stessa cosa (...) La dittatura, nell'antico senso romano della parola, era considerata ed è sempre rimasta una misura d'emergenza, adottata da un governo legittimo e costituzionale, la cui durata e i cui poteri erano comunque sempre limitati. Corrispondeva a ciò che per noi oggi è lo stato di emergenza o la legge marziale, proclamata in tempo di guerra o in zone particolarmente disastrate. Accanto a questo, noi poi abbiamo pure sperimentato forme moderne di dittatura, in cui le forze militari prendono il potere, aboliscono i diritti civili e privano i cittadini delle loro libertà e dei loro diritti politici, o in cui magari un partito conquista il potere a spese di tutti gli altri partiti e di ogni forma di opposizione politica. Entrambi questi tipi di dittatura mettono fine alla libertà politica. Ma il punto è che questi regimi non toccano direttamente la vita privata e le attività non politiche, E' vero che si tratta di forme di governo assolutamente incostituzionali, in cui vengono puntualmente perseguitati gli oppositori politici - e là dove ciò accade, là dove viene negato ogni diritto all'opposizione, non possiamo trovarci in presenza di un governo costituzionale -, ma è vero anche che non si tratta di regimi criminali nel senso ordinario della parola. Se crimini vengono commessi, si tratta sempre di crimini perpetrati ai danno di nemici giurati del regime al potere. Mentre i "crimini" dei regimi totalitari sono tali proprio perché colpiscono gente che è "innocente" perfino dal punto di vista del partito al potere. Questo fu del resto il motivo per cui molti paesi firmarono un accordo, dopo la guerra, per rifiutare lo statuto di rifugiati politici a quegli imputati, macchiatisi di simili "crimini", che erano riusciti a scappare dalla Germania nazista. Queste forme di dominio totale, inoltre, non si esercitano solo nella sfera politica, ma invadono e pervadono ogni sfera della vita pubblica. La società totalitaria, distinta dal governo totalitario, è cioè una società monolitica: ogni manifestazione di carattere culturale, artistico o scientifico, così come ogni organismo sociale o assistenziale, e perfino ogni forma di intrattenimento o di manifestazione sportiva, tutto deve essere perfettamente "allineato".
Citazioni. Hannah Arendt - Responsabilità e giudizio - 7 -
(...) Il processo Eichmann, come ogni altro processo, sarebbe stato del tutto privo di interesse se non avesse trasformato l'ingranaggio o il "referente" della Sezione IVB4 dell'Ufficio supremo per la sicurezza del Reich in un uomo. E solo perché questa operazione fu compiuta ancor prima che il processo prendesse avvio, fu possibile sollevare il problema della responsabilità personale e della colpa giuridica di quell'uomo. Senza per questo mettere sotto processo l'intero sistema "a ingranaggio", o il fatto stesso che un certo sistema avesse trasformato quell'uomo in un ingranaggio - cosa che ai sistemi totalitari riesce meglio che gli altri. Perché tutto ciò non era e non è di competenza di un tribunale. (...)
Citazioni. Hannah Arendt - Responsabilità e giudizio - 6 -
(...) Quando descriviamo un sistema politico - come esso funzioni; quali relazioni vi siano tra i diversi rami istituzionali; in che modo operi l'enorme apparato burocratico di cui fanno parte le leve del comando; quali siano le connessioni tra le forze civili, militari e di polizia; per citare solo i tratti salienti del problema - è inevitabile mettersi a parlare delle persone che rientrano nel sistema in termini di ruote e ingranaggi: ruote e ingranaggi che consentono al sistema amministrativo di funzionare. Ogni ingranaggio, ossia ogni persona, deve poter essere sostituita senza modificare il sistema stesso: è questo il presupposto di ogni burocrazia, di ogni apparato pubblico, così come di ogni apparato in generale - perlomeno, dal punto di vista delle scienze politiche. In questo quadro di riferimento, si può parlare allora di sistemi buoni o cattivi, basandosi su criteri che sono la libertà, la felicità o il grado di partecipazione dei cittadini alla vita pubblica, ma la questione della responsabilità personale resta una faccenda del tutto marginale. Ed è questo che hanno detto del resto, per giustificarsi, tutti gli imputati nei processi svoltisi dopo la guerra: "Se non lo avessi fatto io, lo avrebbe fatto qualcun altro al posto mio". In ogni dittatura, infatti, lasciamo perdere che si tratti o meno di un regime totalitario, il già ridotto numero di persone che prendono le decisioni in quello che possiamo ancora chiamare un normale regime di governo si riduce a Uno, poiché sono state nel frattempo abolite tutte le istituzioni che dovrebbero esercitare un controllo su queste stesse decisioni, ratificandole. Nel Terzo Reich, comunque si vedano le cose, avvenne proprio questo, avvenne cioè che un solo uomo divenne politicamente responsabile di ogni singola decisione che venisse presa. Fu lo stesso Hitler a descriversi, non in preda a megalomania ma con una certa giustezza, come la sola persona veramente insostituibile in tutta la Germania. Chiunque altro ricoprisse una qualche funzione pubblica a qualsiasi livello, alto o basso, non era che un ingranaggio, consapevole o meno che ne fosse. Ma, ed è questo il punto, tutto ciò vuol dire forse che nessun altro va ritenuto responsabile di quanto avvenne ? (...)
venerdì 3 giugno 2016
Citazioni. Hannah Arendt - Responsabilità e giudizio - 5 -
(...) che cosa resta della nostra facoltà di giudizio quando ci scontriamo con fatti che sfuggono ai nostri tradizionali standard di giudizio, con eventi per i quali non ci sono precedenti, con fatti ed eventi che non sono previsti in alcun modo dalle nostre regole generali di giudizio, nemmeno come altrettante eccezioni alla regola ? Una risposta sensata a questa domanda dovrebbe prendere le mosse da un'analisi preliminare di quella misteriosa facoltà umana che è la facoltà di giudizio. E dovrebbe permetterci di stabilire che cosa questa facoltà sia realmente in grado di fare e che cosa no. Infatti, solo se pensiamo che esista una facoltà umana capace di farci giudicare in maniera razionale, senza venir travolti dalle emozioni o dagli interessi personali; e solo se pensiamo che questa facoltà funzioni in maniera spontanea, senza cioè restare vincolata a norme o regole di giudizio preconcette, sotto le quali sussumere semplicemente i casi che via via si presentano; solo se pensiamo insomma che questa facoltà sia in grado di produrre essa stessa i principi che governano l'attività di giudizio, solo se pensiamo questo e riusciamo a dimostrarlo, possiamo arrischiarci a camminare su un terreno tanto scivoloso, il terreno delle questioni morali, senza paura di cadere. (...)
Citazioni. Hannah Arendt - Responsabilità e giudizio - 4 -
(rispetto all'esperienza totalitaria) (...) eccoci di fronte a un bivio: da una parte, il nostro senso di giustizia esige che venga comunque comminata una pena; ma, dall'altra, il concetto stesso di pena di cui noi oggi disponiamo si rivela uno strumento del tutto insufficiente per affrontare un caso come questo. (...)
Citazioni. Hannah Arendt - Responsabilità e giudizio - 3 -
(...) Finché ci si limita a radicare il fenomeno Hitler in Platone o in Gioacchino da Fiore, in Hegel o in Nietzsche, nella scienza moderna o nella tecnologia, nel nichilismo o nella rivoluzione francese, tutto va bene. Ma non appena si chiama Hitler un assassino di massa - pur concedendo che quest'assassino era dotato per la politica e che il fenomeno del Terzo Reich nel suo complesso non si può spiegare solo rifacendosi a Hitler e al modo in cui egli ha influenzato la gente - tutti sono d'accordo nel dire che si tratta di un giudizio volgare, troppo semplicistico, che non deve interferire con l'interpretazione della Storia. (...)
Citazioni. Hannah Arendt - Responsabilità e giudizio - 2 -
(…) il concetto di persona ci consente di vedere e capire – è questo il profitto che io qui tendo a trarne – che i ruoli e le maschere che il mondo ci assegna, e che noi dobbiamo accettare e perfino guadagnarci per prendere parte alla grande commedia del mondo, sono scambiabili. Non sono inalienabili, nel senso in cui si parla di “diritti inalienabili”, non sono una maschera incollata al nostro volto, non sono tratti specifici del nostro io più intimo, nel senso in cui la voce della coscienza (…) può essere un tratto specifico della nostra anima
Citazioni. Hannah Arendt - Responsabilità e giudizio - 1 -
(…) Persona (…) definiva originariamente la maschera che ricopriva il volto “personale” dell’attore e serviva a indicare agli spettatori quale fosse il suo ruolo nel dramma. Nella maschera, imposta dal dramma, c’era però una vasta apertura, più o meno all’altezza della bocca, attraverso cui la voce dell’attore poteva passare e risuonare, nella sua nuda individualità. Ed è proprio da questo “risuonare attraverso” che deriva il termine persona: il verbo per-sonare, “risuonare attraverso”, è quello dal quale deriva infatti il sostantivo persona, “maschera”. I romani furono i primi a usare il termine in un senso metaforico: nel diritto romano, persona indicava chiunque fosse in possesso di diritti civili, a differenza del semplice homo, che designava un membro della specie umana, diverso senz’altro da un animale, ma privo ancora di una specifica qualifica o distinzione – ragion per cui homo, come il greco anthropos, veniva anche usato con disprezzo per designare quanti non godevano di protezione giuridica. (…)
Citazioni. Hannah Arendt - Responsabilità e giudizio
(...) non stupisce che il bisogno di filosofia riaffiori puntualmente in epoche di transizione, quando gli uomini perdono la loro fiducia nella stabilità del mondo, quando non sanno più quale sia il proprio ruolo nel mondo. Non stupisce che questo bisogno riaffiori ogni qual volta diventa necessario e urgente chiedersi daccapo quali siano i requisiti necessari di una vita umana - domanda che in sé è coeva all'apparizione dell'uomo sulla terra. (...)
giovedì 2 giugno 2016
Citazioni. Hannah Arendt - Responsabilità e giudizio. Dalla prefazione di Jerome Kohn
Hannah Arendt - Per domande particolari ci vogliono risposte particolari; e se le tante crisi che abbiamo vissuto all'inizio del secolo ci possono insegnare qualcosa, questo qualcosa - a mio avviso - è che non ci sono norme generali per emettere giudizi infallibili, né regole generali sotto le quali sussumere con certezza i casi particolari.
Jerome Kohn - Nessuno più di Arendt si è reso conto che le grandi crisi politiche del Novecento - lo scoppio della guerra totale nel 1914; l'ascesa dei regimi totalitari in Russia e in Germania, con il relativo annientamento di intere classi e razze di esseri umani; l'invenzione della bomba atomica e il suo impiego per radere al suolo due città giapponesi nella Seconda guerra mondiale; la Guerra fredda e l'inaudita capacità del mondo post-totalitario di distruggere se stesso con armi nucleari; la Corea, il Vietnam; e, via dicendo, tutti gli altri eventi "che precipitano come le cascate del Niagara della storia" - potevano essere visti come altrettanti sintomi di un generale collasso morale. Ma il nocciolo duro e controverso della diagnosi arendtiana sta nell'attribuire questo collasso morale non all'ignoranza o alla malvagità degli uomini, incapaci di far proprie le antiche "verità" morali, ma nell'attribuirlo all'inadeguatezza di queste stesse "verità" morali intese come norme o criteri di giudizio su ciò che gli uomini sono ormai in grado di fare. Questa è la sola conclusione generale che Arendt si sia mai permessa di trarre: la generalità del collasso, la generalità del cambiamento che ha travolto tutto ciò che la nostra lunga tradizione di pensiero ha sempre considerato sacrosanto. A suo avviso, la tradizione del nostro pensiero morale si è spezzata. E a spezzarla non sono state idee filosofiche ma sono stati eventi politici, fatti politici, come quelli del Novecento, che l'hanno definitivamente mandata in frantumi. (...)
(Arendt) trovava assai azzeccata l'idea di Tocqueville che in tempi di crisi o di autentica svolta "il passato cessa di gettare luce sul futuro e la mente dell'uomo vaga nell'oscurità". In momenti del genere (...) Arendt riteneva che l'oscurità della mente fosse la più chiara indicazione del bisogno e della necessità di esaminare daccapo le cose, di esaminare daccapo il significato della responsabilità umana e del giudizio umano.
(...) Per Arendt, il pregio maggiore del processo di Gerusalemme (...) fu (...) che non trattò l'imputato Eichmann, l'assassino dal colletto bianco, come un semplice ingranaggio, ma come un individuo in carne e ossa, che si trovava sotto processo per ciò che aveva fatto in vita, per la sua specifica responsabilità nell'assassinio di milioni di esseri umani. Gli omicidi non erano stati commessi da lui in persona, ma lui li aveva resi possibili, fornendo le vittime, reastrellandole e spedendole nelle fabbriche della morte di Auschwitz. E alla fine la corte - con il pieno beneplacito di Arendt - giudicò Eichmann ancor più responsabile di quanti avevano materialmente compiuto quegli efferati delitti. (...)
(...) per lei il solo problema pertinente in questo processo era il giudizio (il suo alla resa dei conti, non quello della corte) che rendeva chiara la responsabilità di Eichmann per aver violato la pluralità "del genere umano nel suo complesso (...) la diversità umana in quanto tale (...) se non vogliamo svuotare di senso le parole stesse "umanità" e "genere umano". (...) nel suo resoconto sul processo Eichmann, Arendt ci teneva a illustrare in che senso questo crimine potesse essere giustamente definito un crimine contro l'umanità, contro l'umano, contro ogni essere umano. (...) Per Arendt (...) la banalità del male non era una teoria o una dottrina, ma segnalava soltanto la natura del male commesso da un essere umano privo di pensiero - da qualcuno che non aveva mai pensato a ciò che aveva fatto, né quando era stato un ufficiale della Gestapo né quando si era ritrovato sul banco degli imputati a Gerusalemme. L'intero svolgimento del processo dimostrò e confermò questo fatto. (...)
Dal 1940 fino almeno alla morte di Stalin, nel 1953, il leitmotiv dell'opera arendtiana era stato ciò che lei stessa aveva definito il male "radicale" o "assoluto" del totalitarismo: l'annientamento in massa di esseri umani intrapreso dai nazisti e dai bolscevichi, per scopi umanamente incomprensibili. Il totalitarismo aveva sfidato e travolto la ragione umana, aveva fatto a pezzi le tradizionali categorie politiche, giuridiche e morali, distruggendo l'intelleggibilità stessa dell'esperienza umana. La possibilità di demolire il mondo umano, una possibilità che non aveva precedenti, era stata comprovata dagli "esperimenti" condotti nei laboratori dei campi di concentramento. In quei luoghi, l'esistenza di esseri umani differenti, l'idea stessa di umanità, era stata cancellata. Le vite individuali erano state trasformate in qualcosa di "superfluo", in maniera "inanimata" con cui alimentare le macchine dello sterminio, le quali non facevano altro che accelerare il movimento delle leggi naturali e storiche dell'ideologia dominante (nota: secondo i nazisti, la "legge" naturale imponeva di creare una razza di padroni e di sterminare ogni razza "inadatta a vivere". Secondo i bolscevichi, invece, la "legge" storica imponeva di creare una società senza classi e di liquidare ogni classe "morente", vale a dire coloro che erano comunque "condannati a morte"). (...) definendolo "radicale", Arendt intendeva dire che con il totalitarismo, per la prima volta, la radice stessa del male era apparsa nel mondo.
Jerome Kohn - Nessuno più di Arendt si è reso conto che le grandi crisi politiche del Novecento - lo scoppio della guerra totale nel 1914; l'ascesa dei regimi totalitari in Russia e in Germania, con il relativo annientamento di intere classi e razze di esseri umani; l'invenzione della bomba atomica e il suo impiego per radere al suolo due città giapponesi nella Seconda guerra mondiale; la Guerra fredda e l'inaudita capacità del mondo post-totalitario di distruggere se stesso con armi nucleari; la Corea, il Vietnam; e, via dicendo, tutti gli altri eventi "che precipitano come le cascate del Niagara della storia" - potevano essere visti come altrettanti sintomi di un generale collasso morale. Ma il nocciolo duro e controverso della diagnosi arendtiana sta nell'attribuire questo collasso morale non all'ignoranza o alla malvagità degli uomini, incapaci di far proprie le antiche "verità" morali, ma nell'attribuirlo all'inadeguatezza di queste stesse "verità" morali intese come norme o criteri di giudizio su ciò che gli uomini sono ormai in grado di fare. Questa è la sola conclusione generale che Arendt si sia mai permessa di trarre: la generalità del collasso, la generalità del cambiamento che ha travolto tutto ciò che la nostra lunga tradizione di pensiero ha sempre considerato sacrosanto. A suo avviso, la tradizione del nostro pensiero morale si è spezzata. E a spezzarla non sono state idee filosofiche ma sono stati eventi politici, fatti politici, come quelli del Novecento, che l'hanno definitivamente mandata in frantumi. (...)
(Arendt) trovava assai azzeccata l'idea di Tocqueville che in tempi di crisi o di autentica svolta "il passato cessa di gettare luce sul futuro e la mente dell'uomo vaga nell'oscurità". In momenti del genere (...) Arendt riteneva che l'oscurità della mente fosse la più chiara indicazione del bisogno e della necessità di esaminare daccapo le cose, di esaminare daccapo il significato della responsabilità umana e del giudizio umano.
(...) Per Arendt, il pregio maggiore del processo di Gerusalemme (...) fu (...) che non trattò l'imputato Eichmann, l'assassino dal colletto bianco, come un semplice ingranaggio, ma come un individuo in carne e ossa, che si trovava sotto processo per ciò che aveva fatto in vita, per la sua specifica responsabilità nell'assassinio di milioni di esseri umani. Gli omicidi non erano stati commessi da lui in persona, ma lui li aveva resi possibili, fornendo le vittime, reastrellandole e spedendole nelle fabbriche della morte di Auschwitz. E alla fine la corte - con il pieno beneplacito di Arendt - giudicò Eichmann ancor più responsabile di quanti avevano materialmente compiuto quegli efferati delitti. (...)
(...) per lei il solo problema pertinente in questo processo era il giudizio (il suo alla resa dei conti, non quello della corte) che rendeva chiara la responsabilità di Eichmann per aver violato la pluralità "del genere umano nel suo complesso (...) la diversità umana in quanto tale (...) se non vogliamo svuotare di senso le parole stesse "umanità" e "genere umano". (...) nel suo resoconto sul processo Eichmann, Arendt ci teneva a illustrare in che senso questo crimine potesse essere giustamente definito un crimine contro l'umanità, contro l'umano, contro ogni essere umano. (...) Per Arendt (...) la banalità del male non era una teoria o una dottrina, ma segnalava soltanto la natura del male commesso da un essere umano privo di pensiero - da qualcuno che non aveva mai pensato a ciò che aveva fatto, né quando era stato un ufficiale della Gestapo né quando si era ritrovato sul banco degli imputati a Gerusalemme. L'intero svolgimento del processo dimostrò e confermò questo fatto. (...)
Dal 1940 fino almeno alla morte di Stalin, nel 1953, il leitmotiv dell'opera arendtiana era stato ciò che lei stessa aveva definito il male "radicale" o "assoluto" del totalitarismo: l'annientamento in massa di esseri umani intrapreso dai nazisti e dai bolscevichi, per scopi umanamente incomprensibili. Il totalitarismo aveva sfidato e travolto la ragione umana, aveva fatto a pezzi le tradizionali categorie politiche, giuridiche e morali, distruggendo l'intelleggibilità stessa dell'esperienza umana. La possibilità di demolire il mondo umano, una possibilità che non aveva precedenti, era stata comprovata dagli "esperimenti" condotti nei laboratori dei campi di concentramento. In quei luoghi, l'esistenza di esseri umani differenti, l'idea stessa di umanità, era stata cancellata. Le vite individuali erano state trasformate in qualcosa di "superfluo", in maniera "inanimata" con cui alimentare le macchine dello sterminio, le quali non facevano altro che accelerare il movimento delle leggi naturali e storiche dell'ideologia dominante (nota: secondo i nazisti, la "legge" naturale imponeva di creare una razza di padroni e di sterminare ogni razza "inadatta a vivere". Secondo i bolscevichi, invece, la "legge" storica imponeva di creare una società senza classi e di liquidare ogni classe "morente", vale a dire coloro che erano comunque "condannati a morte"). (...) definendolo "radicale", Arendt intendeva dire che con il totalitarismo, per la prima volta, la radice stessa del male era apparsa nel mondo.
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