giovedì 2 giugno 2016

Citazioni. Hannah Arendt - Responsabilità e giudizio. Dalla prefazione di Jerome Kohn

Hannah Arendt - Per domande particolari ci vogliono risposte particolari; e se le tante crisi che abbiamo vissuto all'inizio del secolo ci possono insegnare qualcosa, questo qualcosa - a mio avviso - è che non ci sono norme generali per emettere giudizi infallibili, né regole generali sotto le quali sussumere con certezza i casi particolari.

Jerome Kohn - Nessuno più di Arendt si è reso conto che le grandi crisi politiche del Novecento - lo scoppio della guerra totale nel 1914; l'ascesa dei regimi totalitari in Russia e in Germania, con il relativo annientamento di intere classi e razze di esseri umani; l'invenzione della bomba atomica e il suo impiego per radere al suolo due città giapponesi nella Seconda guerra mondiale; la Guerra fredda e l'inaudita capacità del mondo post-totalitario di distruggere se stesso con armi nucleari; la Corea, il Vietnam; e, via dicendo, tutti gli altri eventi "che precipitano come le cascate del Niagara della storia" - potevano essere visti come altrettanti sintomi di un generale collasso morale. Ma il nocciolo duro e controverso della diagnosi arendtiana sta nell'attribuire questo collasso morale non all'ignoranza o alla malvagità degli uomini, incapaci di far proprie le antiche "verità" morali, ma nell'attribuirlo all'inadeguatezza di queste stesse "verità" morali intese come norme o criteri di giudizio su ciò che gli uomini sono ormai in grado di fare. Questa è la sola conclusione generale che Arendt si sia mai permessa di trarre: la generalità del collasso, la generalità del cambiamento che ha travolto tutto ciò che la nostra lunga tradizione di pensiero ha sempre considerato sacrosanto. A suo avviso, la tradizione del nostro pensiero morale si è spezzata. E a spezzarla non sono state idee filosofiche ma sono stati eventi politici, fatti politici, come quelli del Novecento, che l'hanno definitivamente mandata in frantumi. (...)

(Arendt) trovava assai azzeccata l'idea di Tocqueville che in tempi di crisi o di autentica svolta "il passato cessa di gettare luce sul futuro e la mente dell'uomo vaga nell'oscurità". In momenti del genere (...) Arendt riteneva che l'oscurità della mente fosse la più chiara indicazione del bisogno e della necessità di esaminare daccapo le cose, di esaminare daccapo il significato della responsabilità umana e del giudizio umano.

(...) Per Arendt, il pregio maggiore del processo di Gerusalemme (...) fu (...) che non trattò l'imputato Eichmann, l'assassino dal colletto bianco, come un semplice ingranaggio, ma come un individuo in carne e ossa, che si trovava sotto processo per ciò che aveva fatto in vita, per la sua specifica responsabilità nell'assassinio di milioni di esseri umani. Gli omicidi non erano stati commessi da lui in persona, ma lui li aveva resi possibili, fornendo le vittime, reastrellandole e spedendole nelle fabbriche della morte di Auschwitz. E alla fine la corte - con il pieno beneplacito di Arendt - giudicò Eichmann ancor più responsabile di quanti avevano materialmente compiuto quegli efferati delitti. (...)

(...) per lei il solo problema pertinente in questo processo era il giudizio (il suo alla resa dei conti, non quello della corte) che rendeva chiara la responsabilità di Eichmann per aver violato la pluralità "del genere umano nel suo complesso (...) la diversità umana in quanto tale (...) se non vogliamo svuotare di senso le parole stesse "umanità" e "genere umano". (...) nel suo resoconto sul processo Eichmann, Arendt ci teneva a illustrare in che senso questo crimine potesse essere giustamente definito un crimine contro l'umanità, contro l'umano, contro ogni essere umano. (...) Per Arendt (...) la banalità del male non era una teoria o una dottrina, ma segnalava soltanto la natura del male commesso da un essere umano privo di pensiero - da qualcuno che non aveva mai pensato a ciò che aveva fatto, né quando era stato un ufficiale della Gestapo né quando si era ritrovato sul banco degli imputati a Gerusalemme. L'intero svolgimento del processo dimostrò e confermò questo fatto. (...)

Dal 1940 fino almeno alla morte di Stalin, nel 1953, il leitmotiv dell'opera arendtiana era stato ciò che lei stessa aveva definito il male "radicale" o "assoluto" del totalitarismo: l'annientamento in massa di esseri umani intrapreso dai nazisti e dai bolscevichi, per scopi umanamente incomprensibili. Il totalitarismo aveva sfidato e travolto la ragione umana, aveva fatto a pezzi le tradizionali categorie politiche, giuridiche e morali, distruggendo l'intelleggibilità stessa dell'esperienza umana. La possibilità di demolire il mondo umano, una possibilità che non aveva precedenti, era stata comprovata dagli "esperimenti" condotti nei laboratori dei campi di concentramento. In quei luoghi, l'esistenza di esseri umani differenti, l'idea stessa di umanità, era stata cancellata. Le vite individuali erano state trasformate in qualcosa di "superfluo", in maniera "inanimata" con cui alimentare le macchine dello sterminio, le quali non facevano altro che accelerare il movimento delle leggi naturali e storiche dell'ideologia dominante (nota: secondo i nazisti, la "legge" naturale imponeva di creare una razza di padroni e di sterminare ogni razza "inadatta a vivere". Secondo i bolscevichi, invece, la "legge" storica imponeva di creare una società senza classi e di liquidare ogni classe "morente", vale a dire coloro che erano comunque "condannati a morte"). (...) definendolo "radicale", Arendt intendeva dire che con il totalitarismo, per la prima volta, la radice stessa del male era apparsa nel mondo.




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